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Il presepio di Arnolfo di Cambio
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Il presepio di Arnolfo di Cambio
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Sotto il Papato “francescano” di Niccolò VI (1288-1292), in Santa Maria Maggiore Tiberina, Arnolfo di Cambio realizza il gruppo scultoreo del presepio (1291), rendendo omaggio alla devozione delle reliquie della mangiatoia e delle fasce del Bambino Gesù, che fanno della Basilica mariana la Betlemme d'Occidente. L'Opera di Arnolfo, in origine custodita nell'antico sacello dedicato al culto della sacra grotta, durante il rinnovamento culturale di Sisto V fu smembrata da Domenico fontana e disposta sotto la Cappella del Santissimo Sacramento (1584-1587). Oggi si trova nel museo della Basilica.
Concepite nello spazio, le figure rispettano il criterio di visibilità e mostrano i rilievi non finiti in alcune parti. Vale la percezione del tutto tondo, l'illusione che rende possibile scorgere il volume anche dove non c'è. La visibilità è un principio e una tecnica, misura e composizione, senso plastico e pittorico, canone armonico tra le nobili arti di cultura, pittura e architettura, che ritroveremo a tale sublime altezza, secoli dopo e con altre intenzioni, nell'arte di Michelangelo.
La statua della Vergine con il Bambino è opera cinquecentesca e si è ipotizzato che nella perduta scultura arnolfiana Maria fosse distesa come una puerpera, ricordando la Madonna della Natività concepita dall'artista per la lunetta del portale sinistro di Santa Maria del Fiore a Firenze (oggi al museo dell'Opera del Duomo). Il gruppo scultoreo comprende inoltre le figure di San Giuseppe, i magi, il bue e l'asino. Nel presepio emerge la sensibilità di Arnolfo, che domina la materia, e proprio nel mago anziano inginocchiato, a mani giunte dinanzi al mistero l'artista si esprime da par suo nell'ancheggiamento della figura, verso la parte che è solo abbozzata. Espressiva si fa la linea della bocca , che solca il volto, e bellissima è la vista da dietro, con la veste ripiegata a segnare la curvatura. Il San Giuseppe che poggia le mani sul bastone è uomo semplice, ma carico di ethos. Controversa è invece la paternità delle statue dei due magi che poggiano su una lastra finemente decorata. L'iconografia corrisponde alle immagini dei magi-sapienti, che conversano nei contesti delle scene di adorazione. Degni di nota gli abiti, che non riflettono né il modello del barbaro orientale, con berretto frigio e pantaloni persiani, né l'immagine paradigmatica del re. I magi di Arnolfo vestono abiti sacerdotali e mostrano un atteggiamento di preghiera “cerimoniale”. Il presepe richiama la scultura toscana del Duecento e le opere che si contendono il primato del primo presepe , come la lunetta della chiesa di San Mercuriale a Forlì, attribuita al maestro dei mesi di Ferrara, e il gruppo scultoreo del seminario patriarcale di Venezia. Con le figure dotate di “senso” e messe in scena come in un dramma sacro, Arnolfo apre allo spettatore la via della contemplazione.
Anna Delle Foglie
Tratto da " Luoghi dell'infinito" Dicembre 08