Articolo tratto da “L’Espresso” 23 novembre 2007 di Umberto Eco

Un libretto extra-vagante, un’avventura nei territori dell’irrilevante ma molto piacevole  È vero. Tempo fa in un’intervista alla ‘Süddeutsche Zeitung’, dovendo dire quali delle donne della storia dell’arte suscitassero maggiormente la mia ammirazione (in effetti dicevo più prosaicamente con quale sarei andato volentieri a cena) menzionavo insieme alla Dama dall’Ermellino anche la regina Uta di Naumburg. E da allora devo dire che molti tedeschi mi hanno inviato foto e libretti su Uta, ed è bello in fondo idoleggiare una donna morta otto secoli fa e avere tante persone che ti mandano la sua fotografia.

La statua di Uta di Ballenstedt (vissuta nel Dodicesimo secolo e scolpita un secolo dopo) appare quasi in forma di colonna nel duomo di Naumburg ed è stata infinitamente riprodotta perché è diventata quasi un’icona della pangermanesimo neoromantico, a tal punto che apprendo solo ora (lo confesso, e dal libro di cui parlerò) che era stata sfruttata dalla propaganda nazista come prototipo di bellezza ariana ed esempio di arte classica da opporre all’arte degenerata delle avanguardie pluto-giudaico-massoniche. Mi spiace, io amavo Uta in quanto cultore di cose medievali, e continuerò ad amarla, perché il suo viso è davvero bellissimo. Del resto del corpo si sa poco, perché Uta non si presenta nuda come una Venere greca qualsiasi, mediterranea e un poco sudaticcia, ma si erge casta ed altera con “il volto bellissimo incorniciato da una benda che ne esalta l’ovale, le labbra tra il serrato e il dischiuso, il diadema con i gigli, l’ampio mantello con il bavero rialzato e nello stesso momento serrato al corpo con un gesto che appare forse più trepido che imperioso”.

LA VERA STORIA

Non potendo pubblicare la foto di Uta in questa pagina ho citato la descrizione che ne dà Stefano Poggi il quale (ricordando peraltro anche quella mia dichiarazione d’amore, o invito a cena) pubblica presso l’editore Cortina ‘La vera storia della Regina di Biancaneve’, un libretto extra-vagante che inizia con il racconto di un pellegrinaggio per le terre che erano state di Nietzsche e poi quasi per caso approda a Naumburg dove, appena vista Uta, l’autore e altri con lui ritengono di aver trovato il ritratto preciso di Grimhilde, la regina cattiva di ‘Biancaneve e i sette nani’.

La cosa mi ha disturbato. È pur vero che Grimhilde veste proprio come Uta, ma la sua bellezza è malvagia mentre di Uta si può dire al massimo che è algida, ma soave. Per questo già mi consolavo quando l’autore riporta una diceria per cui a ispirare Grimhilde fosse stata un’attrice degli anni Trenta, Helen Gahagan, che con vesti quasi uguali (ho controllato su Internet) aveva interpretato la mitica ‘She’, bellezza sublime e maledetta, ispirata al romanzo celeberrimo di Rider Haggard. E la cosa non mi dispiaceva perché lo stesso romanzo ha ispirato quel fumetto di Lyman Young (l’autore di Cino e Franco) che in Italia si era intitolato ‘La misteriosa fiamma della Regina Loana’ (e qualcuno dei miei venticinque lettori saprà che ha un posto nei miei ricordi infantili).

Ma no, la pista di ‘She’ non persuade Poggi, che inizia una serrata indagine per dimostrare come Walt Disney, che aveva raccolto molto materiale per il suo film, conoscesse la statua di Uta, come la conoscessero certamente i suoi collaboratori, e come a Uta si sia effettivamente ispirato – evidentemente facendo compiere una rotazione di almeno 180 gradi al personaggio, e trasformandolo da icona di regale venustà a immagine della perversità.

UTA E GOEBBELS

Pare che della cosa si fossero accorti il dottor Goebbels e quelli del suo entourage e che questo sfregio all’estetica ariana abbia fatto sì che ‘Biancaneve’ non fosse stata acquistata dai circuiti cinematografici tedeschi. E di qui si potrebbe persino sospettare, come i nazisti avrebbero fatto, che lo sfregio fosse intenzionale, visto che Hollywood era notoriamente un covo di ebrei o comunque di comunisti e antifascisti.

Poggi è molto onesto: provvede una sostanziosa bibliografia sulla quale si è documentato, ma avverte: “Non tutte le vicende di cui si è narrato sono autentiche o, comunque, documentate. Alcune sono frutto di una sorta di ragionevole induzione fantastica, attuata partendo dall’utilizzo delle fonti di cui sopra”. E pertanto questo, che inizia come il diario di un pellegrino sui cammini di San Giacomo di Compostella e continua come una ricostruzione storiografica, non è un libro che aspiri ad essere ‘scientificamente’ definitivo. E poiché il sapere se Uta abbia veramente ispirato Grimhilde o meno pare materia di poco momento, si presenta come un libro ‘inutile’. Ma è piacevolissimamente inutile, perché racconta di una sorta di ossessione, di un arrabattamento mentale e archivistico per togliersi una soddisfazione che ad altri parrà del tutto bizzarra. Ed è certo che il lettore seguirà questa avventura nei territori dell’irrilevante con molto diletto, lo stesso (credo) che ha provato l’autore nel condurre la sua ‘queste’ di un Graal a rovescio. Col sospetto che in fondo lui, a cena, sarebbe uscito con Grimhilde – specchio delle sue brame.