Dallo “scriptorium” a Pesaro alla mostra sulla “Meravigliosa Storia della Calligrafia” di Verona

Giuseppe Brienza
ROMA

 

“I benedettini sono i padri della civiltà europea”, ha scritto lo storico belga Léo Moulin (1906-1996), ricordando come perfino le leggi del galateo che alcuni ancora oggi per fortuna rispettano furono inventate proprio dai monaci fondati da san Benedetto da Norcia. Non a caso quest’ultimo, il 24 ottobre 1964, è stato proclamato da Paolo VI Patrono d’Europa, perché “messaggero di pace, operatore d’unità, maestro di civiltà” (Breve Apostolico, Pacis Nuntius). 

L’influsso culturale del monachesimo benedettino per la formazione della civiltà europea è passato soprattutto attraverso lo “scriptorium”, un laboratorio di copiatura e di trascrizione dei codici nel quale il lavoro paziente degli amanuensi moltiplicava i libri, facilitandone la conoscenza e lo studio. L’amore nel nostro Paese per il Medioevo cristiano si conserva perfino in questi ultimi decenni “post-sessantottini” con lo sforzo di riproposizione creativa dello stile della bella calligrafia dei nostri vecchi, si­mile appunto a quella degli antichi benedettini.

Basti pensare ad esempio all’attività del “Centro Studi Heliopolis”, fondato a Pesaro nel 1974 dal poeta e critico letterario Sandro Giovannini, nell’ambito del quale opera tuttora «lo scriptorium». Si tratta di un’esperienza d’indagine sulle tecniche dell’antico, consistente nella ricopiatura di manoscritti, nella realizzazione di fac-simile di rotoli e codici, il tutto rivitalizzando tecniche amanuensiche e miniaturistiche che vengono confrontate e “intrecciate” con percorsi di ricerca poetica innovativa (“poesia concreta”, “visiva”, etc.). Grazie a tale iniziativa sono stati realizzati molti dei prototipi su pergamena animale poi tirati in stampa per la collegata casa editrice “Heliopolis” di Pesaro, esposti in varie mostre collettive dello «scriptorium», nelle quali sono presentati supporti pregiati e artistici ed anche ideazioni d’avanguardia che poi sono divenute acquisizioni consolidate sul mercato “para-editoriale”. Un esempio? Le prime “magliette letterarie”, ideate appunto in questo contesto, e presentate per la prima volta al Salone del libro di Torino nel 1989. 

Ma molte altre realtà possono essere citate a testimonianza del tentativo di riscoperta e riproposizione dell’immenso patrimonio della civiltà e scrittura medievale. Si va dal sito www.amanuense.it, alla manifestazione che si terrà il prossimo 25 Marzo a Verona (piazza delle Erbe), il “Palio del Drappo Verde”, un’antica corsa  citata anche da Dante Alighieri nel canto XV dell’Inferno (vv. 121-124), nell’ambito del quale sarà allestito anche un museo itinerante sulla “Meravigliosa Storia della Calligrafia” (www.sipariomedievale.it/scrittura.htm), animato da figuranti in abiti d’epoca e mestieri medievali. Si tratta di un’iniziativa, portata avanti da alcuni anni in numerose piazze d’Italia dal pittore e pubblicista Marcello Sartori, finalizzata alla conoscenza dell’evoluzione storica della scrittura e dei principali supporti materiali utilizzati, con un ampio spazio dedicato allo scriptorium medievale ed alla civiltà dell’amanuense.  All’artista veronese, 56 anni, sposato con quattro figli e dal 2006 consigliere della “Compagnia del Sipario Medievale”, chiediamo quindi quali sono state le motivazioni e tecniche che hanno dato origine ai grandi capolavori dei maestri italiani della cultura e dell’arte del bene scrivere, e quale valore possono offrire oggi alla cultura e società occidentale. 

E’ vero che, nonostante la sua antica tradizione ed eredità nel nostro Paese, l’amanuense è una figura ormai quasi del tutto sconosciuta dalle giovani, ma anche dalle meno giovani, generazioni d’Italiani?

«Dell’amanuense nelle scuole ed università italiane non se ne parla quasi più. L’unica cosa che si conosce è che copiava i libri prima della scoperta della stampa. Non si trasmette più l’importante ruolo che ha avuto nella formazione del rinascimento italiano e della costruzione della cultura occidentale. Purtroppo anche la bella scrittura, detta “Calligrafia”,  ha seguito lo stesso percorso di oblio». 

Perché riproporre oggi la figura dell’amanuense? 

«Perché dobbiamo agli amanuensi una grande riconoscenza. Cosa sarebbe del nostro “benessere” senza di loro e senza la cultura cristiana che loro esprimevano? Copiare libri era un lavoro faticoso, rimanere curvi, fermi con il corpo al lume di una lampada ad olio, facendo solo piccoli e precisissimi movimenti  con la mano in una situazione di grande precarietà durata diversi secoli a causa del crollo l’impero romano e con esso il lungo periodo di “Pax Romana”».

Cosa ha spinto l’uomo medievale con i suoi strumenti semplici a creare opere immortali?

«Nell’antichità Greci e Romani affidavano il compito di scrivere agli schiavi (servi litterati). Gli autori di quel tempo non si preoccupavano della diffusione del libro se non oltre una ristretta cerchia d’amici o discepoli. Chi voleva possedere un testo, non esistendo il diritto d’autore, lo faceva copiare dai suoi servi. Con il Cristianesimo nasce invece la necessità della diffusione e della trascrizione dei Sacri Testi, considerata un utile esercizio spirituale. Quest’attività è attestata in Italia a partire dal V secolo. San Benedetto da Norcia nelle sue regole stabilì l’obbligo, all’interno del convento, dello scriptorium (un locale destinato alla copiatura dei testi), ed all’Ordine Benedettino, per l’intensità, la cura e la competenza con cui sì dedicò all’attività scrittoria, siamo debitori della continuità della tradizione letteraria classica».