San Francesco
nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell’Alta Valle del Tevere. Passando da
Città di Castello, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del Monte Citerone.

Qui esisteva già un “romitorio”, costituito da alcune grotte naturali, rifugio adatto alla preghiera e alla vita contemplativa. Il luogo, chiamato Santa Croce di Nuvole, sembra abbia acquisito la denominazione attuale di Buonriposo, dalle parole dello stesso S. Francesco, che, quando si fermava per riposarsi un pò in quella pace, era solito esclamare: “Oh, che buon riposo”.

Notizie storiche

Le cronache di Città di Castello cominciano ad interessarsi di Buonriposo e dei Francescani che vi abitavano, quando la città corse il pericolo di essere assalita dai Visconti nel 1352.
L’ Amministrazione Comunale di Città di Castello decise di portare all’ Eremo una campana, da suonare in caso di pericolo e, nello stesso anno, furono aggiunti al primitivo romitorio , chiesa e convento.
Significativo nella storia dell’Eremo fu l’arrivo nel 1365 dei Gesuati, nuovo ordine fondato dal beato Giovanni Colombini da Siena .
Dopo qualche anno, i Gesuati ricevettero in donazione dalla famiglia Guelfucci di Città di Castello, alcune terre in località Buonriposo e le due comunità religiose si trovarono ad abitare l’una vicina all’altra.

La convivenza fu assai difficile, perché i Gesuati si sentivano “padroni” avendo ereditato le terre, e i Francescani non volevano allontanarsi dal luogo caro a San Francesco.

Per porre termine al dissidio, nel 1401 il Comune di Città di Castello pagò la somma di 50 fiorini ai Gesuati, affinché lasciassero le terre ai Francescani che, nel frattempo, avevano aderito alla regola dell’osservanza (esperienza diffusasi in quasi tutta l’Italia Centrale, che consisteva nel seguire la primitiva rigida regola dettagliata da San Francesco).
Secondo documenti di archivio, la questione è sicuramente risolta nel 1431, allorché Buonriposo risulta inserito nell’elenco dei conventi Francescani del territorio di Città di Castello.
Quando nel 1650, con una bolla del Papa Innocenzo X, vennero chiusi tutti in conventi con meno di 10 religiosi, a Buonriposo ne vivevano 12: infatti il guardiano del convento dette risposta ad un questionario della curia romana, che chiedeva il numero e gli uffici dei frati.
Gli osservanti restarono a Buonriposo fino al 1864, abbandonando l’Eremo solo per 10 anni, agli inizi del XIX secolo , durante la dominazione napoleonica. Nel 1864 le autorità italiane decretarono la chiusura del convento, che fu ceduto ai privati.
Nell’ aprile del 1894 era proprietario Domenico Palazzeschi, che manifesò al Padre Provinciale degli Osservanti la sua intenzione di restituire il Convento ai Francescani, ma la proposta non ebbe esito concreto.
L’Eremo di Buonriposo rimase sempre attivo nei secoli ed ospitò molti religiosi, divenuti poi celebri, come Sant’Antonio da Padova, San Bonaventura e San Bernardino da Siena.
Vi soggiornò anche a lungo il Beato Francesco da Pavia, a proposito del quale, viene riferito il seguente aneddoto, che può avere ispirato il film “Marcellino, pane e vino”:


“Di notte tempo, uno sconosciuto bussò alla porta del Convento di Buonriposo. Il frate addetto andò ad aprire, ma non trovò altro che un bimbo appena nato, avvolto nstoffa di lana. Lo aveva abbandonato lo sconosciuto padre,
perché frutto di un’illecita relazione. I Frati del Convento ne furono scandalizzati tanto da volerlo rifiutare, ma il beato Francesco da Pavia lo prese in braccio ed invitò i frati ad avere tanta carità verso il piccolo, che per diverso tempo visse e crebbe con i frati “.
(Da la Francescana, testo volgare umbro del sec. XV).

Anche nella II guerra mondiale, l’Eremo ebbe la sua importanza. Infatti, durante la ritirata dei tedeschi, offrì rifugio a numerosi sfollati, che forno costretti a ritornare in città, quando gli inglesi cominciarono il cannoneggiamento di Monte Cedrone, dove era una postazione tedesca.
Oggi Buonriposo è abitato dagli eredi di Domenico Palazzeschi.


Il Chiostro

Documenti giacenti nell’archivio della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli fanno risalire al 1234 la costruzione della parte ovest del chiostro, allora collegato all’antico Eremo e alla primitiva Cappellina francescana, sorta probabilmente sopra i resti di alcune casupole di proprietà di Capoleone Guelfucci, antico blasonato tifernate.
L’antico Eremo conserva ancora i pavimento in tavolato e il chiostro architravato.

Nel 1352 l’ Eremo fu trasformato in Convento con ampliamento del chiostro, che nei lati opposti alla primitiva costruzione, presenta arcate ad ampio respiro, poggianti su pilastri realizzati in cotto.
Più tardi, nel 1402, fu aggiunta l’attuale chiesina, rimaneggiata nel 1641 da Pompeo dei Bourbon del Monte, feudatario della zona.



 

La Cappella 

La cappella nella sua forma attuale è stata edificata nel 1641. All’interno le trasformazioni barocche hanno deturpato pregevoli affreschi quattrocenteschi, raffiguranti una Crocifissione con S.Bernardino, probabilmente di scuola senese, preziosa Madonna con Bambino e un altro grande affresco di ispirazione giottesca.
Le sinopie di angeli, affiancate al portale d’ingresso, suscitano notevole interesse.
L’ Altare maggiore , fatto costruire da Pompeo del Monte, presenta una stupenda Crocifissione su tavola.
L’Opera rivela la simmetrica composizione quattrocentesca con il Cristo al centro e ai lati la Vergine e i Santi, completata in alto da due angeli svolazzanti.
L’Opera, di un caldo cromatismo umbro, ricorda molto da vicino i dipinti di Raffaello, con il quale l’autore può essere venuto a contatto, quando l’artista urbinate soggiornò a
Città di Castello.
Nella parte posteriore, la tavola presenta una stupenda deposizione manierista.
L’Edificio termina con un catino absidale, con copertura a vele, probabilmente antecedente alla costruzione della Chiesa.
L’ Abside in origine conteneva un coro ligneo, oggi andato perduto.

La Grotta

 

Il primitivo Romitorio era formato da alcune grotte, che sono state nascoste dalla costruzione dell’Eremo francescano. Attualmente è accessibile ai visitatori soltanto quella soprannominata la “Grotta del Diavolo”.
Qui, infatti, secondo la leggenda, San Francesco in preghiera è stato ripetutamente “tentato” da apparizioni
demoniache.

 

I Sentieri nel bosco

 

Nella parte orientale della montagna a sinistra dell’ Eremo, si può percorrere un ombroso viale, fiancheggiato da cipressi secolari.
La pace e la tanquillità del luogo ci portano a credere che fosse la passeggiata consueta dei frati in preghiera.
Sembra quasi di udire gli echi delle lodi rivolte al Signore, che si perdono nella foresta, nel castagneto e nelle aspre balze di pietra.

Dal rifugio francescano, che quasi si nasconde dietro il Colle di Sant’Angiolino, lo sguardo può spaziare per la valle solcata dal Tevere .
Il luogo veniva così descritto da Capoleone Guelfucci in una satira diretta alla poetessa Turina Bufalini nel 1595:
 
 

“Nelle falde più basse in seno al monte
Buon Riposo vid’io, noto alle genti,
ove alzai per pietà l’alma e la fronte;
Conciosiachè ab antiquo i miei parenti
in onor dell’Altissima Regina
quel luogo edificar da’ fondamenti”.

Memorie Ecclesiastiche di Città di Castello, Vol. III, 1843 

 

L’Olivo secolare

Una credenza popolare tramanda il seguente episodio:

il Beato Angelo da Assisi, di ritorno da un pellegrinaggio, conficca nel terreno il suo bastone di olivo , che rinverdisce e dà vita ad un vigoroso albero, che si può ammirare ancora oggi. 

 

Aneddoti

All’ Eremo di Buon Riposo, durante scavi archeologici, sono stati ritrovati molti teschi, fra i quali due vicini fra loro. Uno di essi era meglio conservato e accurati studi hanno potuto stabilire che si trattava del teschio di un uomo; l’altro, più fragile, e più vecchio del precedente, apparteneva ad una donna. Si è quindi pensato che il primo fosse del Beato Stefano da Castello e il secondo di sua madre, morta di parto.
Viene spontaneo chiedersi perché fossero sepolti vicini. Le cronache religiose tramandano che il Beato Stefano, profondamente colpito dal fatto che la madre fosse morta per darlo alla luce, portava sempre il tescho con sè e volle farlo seppellire accanto a lui.
Questo, però, non si può stabiliere con certezza, in quanto i teschi ritrovati erano molti e questi due potrebbero essere stati vicini solo per una coincidenza.